"LA LIBRERIA" di Angelo


In questa sessione del sito, senza pretese particolari, ho deciso di recensire alcuni dei libri che strada facendo ho letto. Se avete letto anche voi alcune di queste opere recentemente o in tempi più remoti, commentate pure se condividete la recensione o meno! Grazie.


Finalmente ho letto questo libro, regalo di Natale di mio fratello. Lo definirei un giallo con una venatura rock. Fin dalle prime pagine mi ha catturato l'originale ambientazione: la vicenda si svolge in Costarica, nella piovosa primavera 2015. La morte di un parroco di provincia benvoluto dalla sua comunità archiviata molto frettolosamente dalle autorità locali non convince minimamente l'ispettore Castillo, dall'incessante balbuzie ma solo nei giorni piovosi. Aiutato dallo "Slavo", suo giovane collaboratore dalla provenienza misteriosa, tra reciproci quiz sulla storia della musica mondiale i due non si accontentano della verità "ufficiale" sul caso.

Iniziano rabberciati interrogatori sempre sul filo del rasoio del consentito e raccolta di prove che si intersecano con le vicende di una delle figlie dell'ispettore. La collaborazione con un amico poliziotto, una festa universitaria teatro di un episodio violento e l'oscura presenza di un agente italiano legato ai servizi segreti complicheranno un quadro investigativo già di per sè difficile.

Con un colpo di scena finale in cui Castillo verrà messo di fronte a un bivio. Che strada prenderà?

 

Davvero avvincente questo giallo. Ad ogni pagina pare proprio di respirare i profumi e vedere i colori dei quartieri delle città centroamericane descritte. In un veloce crescendo, la descrizione delle indagini del protagonista acquisisce il carattere dell'impetuosità: un pò come l'acqua dei grandi fiumi sudamericani che scorrono tortuosi per chilometri e chilometri senza far capire ai navigatori dove sia realmente la foce. Ma prima o poi l'Oceano arriva. 

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Il libro di esordio di una quadrilogia che vede protagonista un giovane avvocato penalista, Angelo Della Morte, è davvero avvincente. Anche per chi non fosse appassionato di gialli.

Il giovane e squattrinato Angelo, avvocato agli esordi ma già segnato da una disillusione sia professionale che di vita in generale, si ritrova suo malgrado a dover difendere dalla pesantissima accusa di omicidio della propria moglie un pensionato. Il caso è semi-disperato: l'accusato, mite nell'animo e rassegnato alla propria sorte processuale, ha confessato l'omicidio.

 

La strategia processuale, i rapporti difficili con la stampa (e con l'accusa) si intrecciano con la vita privata di Angelo, a suo modo ancor più difficile del caso giudiziario.

Sullo sfondo una Brescia dai tratti ambivalenti: a volte "gotica"e quasi malinconica, spesso invece ravvivata dalla dinamicità dei suoi abitanti, soprattutto di quelli non autoctoni. 

Fino al colpo di scena finale.

 

I richiami a gruppi musicali mitici della storia della musica, il valore dell'amicizia come antidoto alle difficoltà quotidiane e la descrizione avvincente dell'evoluzione del caso giudiziario fanno di questo giallo un vero caso letterario. Una volta letto non è possibile rinunciare agli episodi successivi della quadrilogia. 

 

Infine, per un appassionato come me del nostro vernacolo, l'ambientazione "nostrana" realizzata a suon di chicche dialettali di cui i dialoghi sono disseminati è un vero  e proprio invito a nozze.

 

A presto, dunque, per la recensione del secondo libro del bravissimo Nicola Fiorin: "Il migliore dei mondi possibili".

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Lessi questo libro anni fa, durante un breve viaggio a Parigi. Ricordo di averlo divorato. Enzo Biagi scriveva di sè:

“Sono un vecchio cronista e ho passato gli ottanta. So che non mi attendono molte primavere. Ho vissuto, e raccontato, molte vicende del secolo che è appena passato. Mi sento un po’ come certi reduci: io c’ero.”
In questo capolavoro Enzo Biagi, con l'amico Loris Mazzetti, ripercorre le principali vicende del '900 riportando articoli da lui scritti nel corso dei decenni. Alcuni veramente impressionanti, riletti ora a distanza di tanto tempo.

Ordinati in senso cronologico.

Incredibili alcune delle interviste riportate. Come quella del 1974 condotta in carcere a Luciano Liggio, allora campomafia.

O quella del 1993 a Tommaso Buscetta subito dopo l'arresto di Totò Riina.

E ancora l'incredibile intervista ad Alì Agca, l'attentatore che in Piazza S.Pietro tentò di uccidere Papa Giovanni Paolo II. Enzo Biagi fu il primo che riuscì ad intervistarlo. Fino ai tempi più recenti: lo sfregio del cosiddetto "editto bulgaro" e l'avvicinarsi della fine.

Riporto un passaggio bellissimo dell'ultima pagina del libro.

Enzo Biagi scrive: "Fra poco sarà il 25 aprile. Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa Resistenza non è mai finita. C'è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c'è il riconoscimento di una grande dignità. Cosa sarebbe l'Italia agli occhi del mondo?"

 

Ecco: Enzo Biagi sta tutto in questo passaggio.

Leggetelo. Un libro capolavoro.

 

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Era davvero da tanto che non rileggevo Guareschi e ho cercato in biblioteca questa vecchia pubblicazione, una terza edizione del 1986. Si intitola "L'anno di Don Camillo".

Consiste in una raccolta di 40 racconti, scritti da Giovanni Guareschi nel corso dei decenni e pubblicati su diverse riviste racchiusi in questo libro che li suddivide per stagione, in maniera da racchiudere un anno solare.

Magistrale la capacità di Guareschi di descrivere le atmosfere di un'Italia appena uscita dalle tragedie del secondo conflitto mondiale. Pare di vederli davvero i paesaggi emiliani solcati da una nebbia che copre la pianura gonfia di acqua, del fiume Po con i suoi argini maestosi, del sudore dei contadini che quotidianamente si spaccavano la schiena per dare da mangiare alle proprie famiglie. In mezzo a questi scenari la lotta politica, le divisioni tra le relative fazioni, l'anticlericalimso degli uni e la condanna del comunismo dagli altri.

Divisioni che non valicavano, però, il rispetto vero dell'altro. Dietro lo scontro duro di facciata la mano protesa di Don Camillo a Peppone e viceversa nei momenti di reciproca difficoltà: come nel racconto finale  dove Don Camillo aiuta Peppone a ritornare con dignità in paese dopo essersene allontanato per i problemi economici derivanti dalla sua attività di meccanico, riprendendo anche il suo ruolo di sindaco.

Il comune denominatore di tutti i racconti è la solidarietà a chi ha meno. Magistrale il racconto "il comodino" in cui Guareschi racconta di una ricca possidente morta apparentemente senza testamento. La signora in vita era stata una benefattrice dell'asilo comunale, ente morale in cui erano di diritto amministratori il sindaco e il parroco pro-tempore. I due, alla notizia della morte della benefattrice, si recarono alla casa della stessa dovendo assistere ai litigi degli eredi che riuscirono a spartirsi le proprietà immobiliari e anche il mobilio salvo quando arrivarono a un comò che non riuscivano a decidersi a chi dovesse toccare. L'ingordigia reciproca portò alla decisione di tagliare il comò esattamente in due. Da questo "taglio" emerse dal sottofondo di un cassetto il testamento della defunta che assegnava le proprietà immobiliari alla signora e al ragazzo che la assistettero nella sua vecchiaia (passata senza mai ricevere visite dai parenti) e una parte dei soldi all'asilo di cui era stata benefattrice: nel testamento scrisse che non sopportava caratterialmente nè il sindaco nè il parroco ma che loro erano le uniche due persone di cui si fidava per una gestione oculata dei suoi soldi al fine di fare del bene nell'asilo.

Ecco: questo racconto esprime davvero il senso di tutto la raccolta.

Un libro la cui lettura scorre via velocemente come le acque del fiume PO che fa da sfondo a tutti i racconti.

Lo consiglio vivamente anche a chi si vuole approcciare alla lettura di Guareschi per la prima volta.

 

P.S. Una curiosità "cinematografica": il racconto che descrive una storica partita a scopa sul davanzale della finestra di un bar tra Peppone e Don Camillo è stata fedelmente ripresa nel film "Don Camillo" del 1983 con Terence Hill nelle vesti dell'istrionico prelato e di Colin Blakely in quelli dell'irruento sindaco.

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Questo libro di Pierpaolo Pasolini, regalatomi da mia cognata a Natale, per qualche mese è rimasto sul mio comodino. Ho finalmente deciso di intraprenderne la lettura e in pochi giorni me lo sono letteralmente divorato.

"Ragazzi di vita", pubblicato per la prima volta nel 1955, descrive la vita di alcuni ragazzi romani nel corso di alcuni anni nell'immediato dopoguerra.

Attraverso la narrazione delle loro disavventure (e miserie) familiari Pasolini tratteggia la situazione delle borgate romane: l'arte dell'arrangiarsi da un lato e il degrado sociale in cui la seconda guerra mondiale aveva fatto sprofondare l'Italia e la sua capitale.

Tra furti, ubriacature nelle osterie, bagni improvvisati nel Tevere, arresti ecc il "Riccetto", il "Lenzetta" e gli altri trascorrono la propria giovinezza cercando di combattere la noia quotidiana avente la miseria come comune denominatore.

 

Il fascino di questo libro sta, secondo il mio modesto parere, nella scelta di Pasolini di scriverlo in "romanesco", assolutamente comprensibile anche attraverso l'ausilio di un glossario per le espressioni più utilizzate. La scelta lessicale catapulta letteralmente il lettore nella realtà della Capitale. In alcuni passaggi pare proprio di essere presenti sulla "scena" descritta come parte integrante del dialogo tra i protagonisti.

Questa è una di quelle opere che consacrano davvero Pasolini come cultore degli idiomi locali, i cosiddetti dialetti. Per quello bresciano ho sempre avuto una passione tanto da provare a scrivere anche qualcosa. Anche per questo, forse, ho trovato molto bello questo libro. Lo consiglio. 

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